Situazione settore tessile – decreto sostegni considerazioni

CONSIDERAZIONI
Il settore tessile abbigliamento ha avuto nel 2020 il 26% in meno di ricavi che in termini economici valgono per circa 29 miliardi di euro.

Il dato significativo è costituito dal fatto che circa il 30% delle aziende manifatturiere tessili hanno un fatturato in calo dal 35% al 50 % e il 15% di cali superiori al 50%.
La situazione del settore tessile è molto simile a i settori più colpiti dalla pandemia quali il turismo, la ristorazione, il mondo dei locali per divertimento inteso sia come locali notturni che attività fisica (palestre, centri sportivi) senza considerare i commercianti che hanno grosse difficoltà nell’intercettare i consumi online.

Il decreto sostegni, attualmente approvato dal governo Draghi, comprende una serie di iniziative che dovrebbero avere una ricaduta sulla collettività ma i cui ritorni, ad oggi, non sono ben chiari.

La prima sensazione, sentendo le aziende, è che si tratti di un decreto che non incida in maniera rilevante sull’economia poiché l’allargamento della platea dei beneficiari comporta inevitabilmente risorse in netta diminuzione.

I ristori per le aziende costituiscono una goccia nell’oceano dei costi e delle perdite di fatturato reali.

Molte aziende di medie dimensioni hanno avuto perdite importanti e malgrado 1 milione di euro perso su 5 di fatturato non rientrano nel decreto ristori perché hanno perso “solo” il 20%!!! Senza considerare quelle che superano i 10 milioni di euro che, qualora non dovessero continuare, danneggerebbe l’intera filiera che vive grazie alle aziende di dimensioni maggiori.

Un‘azienda che perde 160 mila euro ha circa 5000 euro di ristori ma continua a pagare affitto tari. Imu, tosap, ecc…

Le difficoltà delle aziende sono, nella situazione attuale, quelle da un lato di far fronte ad un futuro incerto con consumi ancora bassi e dall’altro lato di un forte incremento dei costi delle materie prime che stanno consumando l’ultima resilienza del settore tessile-abbigliamento.

Le PMI tessili hanno bisogno certamente di vaccinazioni che permettano ai consumatori di tornare a comprare ma anche di interventi economici importanti per proseguire l’attività e gli investimenti e per poter competere sul mercato internazionale.

Non dimentichiamo che il 30 Giugno quando scadrà il blocco dei licenziamenti sono previsti dal 15 al 20 % di licenziamenti nel settore tessile che sono stimati in oltre 75.000 addetti.
Anche il Presidente della Camera Nazionale della Moda Italiana Carlo Capasa ha sottolineato in una nota la necessità di interventi per il settore: “La Moda italiana è uno dei settori più colpiti dalla pandemia, il fatturato è calato del 26% scendendo a circa 75 miliardi. Ha bisogno di interventi immediati che non rappresentano un costo ma un investimento per mantenere il ruolo di volano dell’economia e dell’immagine dell’Italia nel mondo”.
Come Federazione Tessilivari abbiamo presentato alcune richieste tramite Confapi nazionale per risolvere alcuni delle situazione che ad oggi costituiscono le principali criticità per le aziende manifatturiere made in Italy.
Pensando al futuro credo che occorra, sia rinsaldare la tenuta economica delle aziende, sia tutelare la manodopera che, una volta persa, danneggerebbe in maniera irreparabile il sistema filiera tessile che è unico al mondo fatto di persone, artigiani, aziende con un know –how, un gusto e una capacità creativa che il mondo ci invidia.

1. decontribuzione manodopera femminile
Il primo punto sul quale occorre intervenire è costituito dalla necessità di agevolare il lavoro femminile che ad oggi risulta il più penalizzato e che costituisce la maggior parte della manodopera tessile. Le maestranze di sesso femminile oggi vivono una situazione di difficoltà poiché devono incastrare la famiglia e il lavoro in assenza della riedizione della norma relativa alla proroga congedi retribuiti.
Dal lato aziende la manifattura ha bisogno di avere dei contributi su lavoro inferiori per ottenere costi più competitivi e più personale per svolgere le commesse il più velocemente possibile potendo in questo modo premiare anche le lavoratrici con retribuzioni superiori ma costi inferiori per l’azienda.
Il vantaggio sarà quello di incentivare le produzioni made in Italy limitando al più possibile la in Cig con un vantaggio sia per l’imprenditore che per la lavoratrice.

2. eliminazione imu capannoni non produttivi
Le aziende tessili in particolare, ma anche quelle di molti altri settori, hanno una problematica che si è con la pandemia evidenziata in maniera definitiva.
Occorrono ampi spazi e quindi capannoni enormi per sviluppare le lavorazioni tessili e la mancanza di utilizzo della capacità produttiva comporta spazi fermi e desolati che però non smettono di rappresentare un costo per l’azienda.
Una tessitura mi raccontava che su tre sale di tessitura per un totale di 52 telai ne funziona solo una dove sono attivi 15 telai, le altre due ferme da un anno costituiscono un costo imu che non è eliminabile ma che sarebbe opportuno ridurre in base al reale utilizzo degli impianti che potrebbe essere certificato dal revisore dei conti abilitato.
Senza contare gli spazi occupati da magazzini fisici che rappresentano delle cattedrali nel deserto per le quali occorre comunque il rispetto delle norme antincendio e di manutenzione che rappresentano anche essi dei costi fissi ineludibili.

3. contributi a fondo perduto proporzionali alla perdita di esercizio
Come anticipavo le aziende sono ritornate a pagare tutto come prima Imu, affitti, contributi, tari accise ma i ristori tanto attesi si sono rivelati non congrui e inadatti a fronteggiare la situazione attuale. La nostra idea è quella di contributi a fondo perduto diretti in base alla reale perdita di esercizio di conto economico con particolare riguardo alle aziende che occupano maestranze made in italy.
Il sistema viene già applicato per i contributi delle aziende energivori dove viene calcolato un rapporto tra fatturato e incidenza energetica. lo stesso dovrebbe farsi parametrando il fatturato e l’occupazione made in Italy delle aziende così da privilegiare chi contribuisce anche in termini di contributi reali e sociali al Pil Italia escludendo in questo modo chi sfrutta il made in Italy ma produce in gran parte all’estero.

4. pagamento della sola iva incassata
Oggi le aziende sopra i 2 milioni di euro di fatturato devono versare l’iva a prescindere dal fatto che sia stata realmente incassata.
I fornitori dei grandi gruppi ormai pagano a 120/150 giorni fine mese disattendendo le direttive europee che prevederebbero il pagamento entro i 60 giorni.
Le Pmi fanno da banca sia per le aziende più grandi, con le quali non hanno margine di trattativa, sia con per lo Stato che non ammette ritardi.
Sappiamo come in un’azienda oggi i problemi siano versare l’iva entro il 16 del mese e i contributi dei lavoratori diversamente le sanzioni sono pronte a partire e assicuro che basta un giorno di ritardo per avere ritorsioni senza appello.
La richiesta in un paese civile non sarebbe neanche da fare, ma ancora una volta lo Stato che ricordiamo è socio al 50% per cento delle aziende in caso di utili mentre in caso di perdite si defila e pretende la propria parte.

5. crediti di imposta per Ricerca e sviluppo
La richiesta di crediti di imposta per ricerca e sviluppo nasce dall’esigenza di rimanere sul mercato e di ricevere agevolazioni per continuare ad innovare creando il bello e ben fatto che ci è universalmente riconosciuto.
Lo sviluppo di campionari, la presenza nelle fiere, l’inserimento di processi di innovazione e di nuovi prodotti costituiscono il pane quotidiano delle aziende che hanno necessità di sviluppare nuove collezioni e sperimentare strade diverse per essere competitivi quando ritorneremo alla normalità.
Non avendo potuto seminare nel 2020 il rischio è quello che le aziende che per prime saranno uscite dalla pandemia come quelle cinesi e americane sfruttino questo vantaggio temporale inserendosi nei nostri mercati e acquisendo quote di mercato importanti.

Ecco alcune proposte concrete senza dimenticare le necessità di proroga cassa covid e contributi per l’internazionalizzazione, questi ultimi andranno verificati in base alle esigenze delle singole categorie per evitare una dispersione di contributi che non siano coerenti con le richieste delle aziende.

Un ultima nota che vuole essere un punto di ripartenza per le aziende del settore è costituito dall’iniziativa della Federazione Tessilivari e del Consorzio Promozione tendaggio volto alla creazione di un portale per la filiera tessile dell’abbigliamento e dell’arredamento dove sarà possibile individuare tutte le lavorazioni e i prodotti tessili made in Italy.

Tessilivari come sempre dalla parte del tessile!

Dr. Matteo Cavelli
Presidente Federazione Tessilivari

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